Mammole pubblica il nostro articolo: “Alla ricerca del bambino perduto”


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Ognuno di noi adulti ha una parte bambina nascosta e spesso sopita, che può riattivarsi in determinate circostanze, in modo più o meno consapevole, riflettendosi nei nostri comportamenti e nelle relazioni importanti, in particolare nella relazione con i nostri figli.

Con riferimento alla teoria psicologica dell’Analisi Transazionale, nella struttura di personalità di un individuo si distinguono tre Stati dell’io: Genitore, Adulto e Bambino.
Eric Berne definisce lo stato Bambino “l’aspetto più prezioso della personalità” che “riesce a trovare modi sani di autoespressione e gioia (e) può dare il massimo contributo alla vitalità e alla felicità”.
Ad esso sono attribuiti i processi emotivi, intuitivi e creativi che si attivano fin dall’infanzia, evolvendosi poi con lo sviluppo psichico. Lo stato dell’io Bambino convive in noi per tutta la vita con il Genitore e con l’Adulto, organizzando nel completo la personalità. È per questo che la “parte infantile” rimane lungo tutto l’arco della vita e, a pensarci bene, diventa essenziale nelle relazioni, in particolare in quelle con i propri figli.

E’ estremamente importare recuperare l’aspetto ludico e creativo di quello Stato dell’Io Bambino Libero, a cui spesso in età adulta non diamo ascolto.
Proprio dal gioco e dalla creatività nasce la gioia e lo spasso che ci rendono il rapporto con i nostri figli piacevole e meno frustrante: giocare con loro lasciandoci andare è un vero divertimento per tutti, piuttosto che “far finta” di coinvolgerci senza metterci in gioco realmente (e questo i bambini lo avvertono).

Un altro aspetto su cui possiamo riflettere sono i gesti e i comportamenti che rivolgiamo ai nostri figli. Da cosa sono realmente dettati? Molto spesso nel rapporto genitore-figlio accade che ci sia in noi una ingiunzione che abbiamo appreso nell’infanzia, proprio dalle nostre figure genitoriali, e che abbiamo in qualche modo fatto nostra.

Senza rendercene conto la mettiamo in atto con i nostri figli:

per esempio se forzo il bambino a mangiare tutto quello che ha nel piatto, potrei seguire uno slogan genitoriale del tipo “Bisogna finire sempre tutto”, piuttosto che assecondare il senso di sazietà del bambino; oppure iscrivo mia figlia al corso di danza classica perché quando ero piccola sognavo di diventare una ballerina; ancora, decido di non dare regole ai miei figli perché io ho vissuto un’infanzia con molte imposizioni, così anziché proteggerli e dargli una direzione, mi comporto seguendo quello Stato dell’Io Bambino ribelle che non si vuole adattare alle imposizioni).

L’essere genitori riporta immancabilmente alle origini, alla propria infanzia, con gioie e dolori che le sono appartenuti, per attingere a quel repertorio conosciuto di strategie di “sopravvivenza” che da bambini abbiamo concertato ben bene per ottenere attenzioni ed amore.

papà-e-figlioSembra incredibile, ma i bambini hanno la capacità di metterci costantemente di fronte allo specchio, riportandoci nei meandri del nostro passato, anche in quello che non vorremmo vedere. La genitorialità è quindi impegnativa e faticosa anche per questo motivo, ma è anche rigenerante perché i figli sanno sempre come stimolare e tirare fuori tutte le risorse che il genitore stesso non sa di avere. Per questo motivo, la relazione con i bambini diventa fonte di energia e pozzo infinito di stimoli sui quali lavorare, riflettere, ricreare.
Il compito del counselor, nello specifico, è generare consapevolezza nel genitore restituendogli un modo nuovo e autentico di vedere e affrontare i momenti delicati della relazione.

Alessandra Aglieri
Antonia Camarra
Marco Magrograssi

Professional Counselors di ATtivaMente Counselor


Per leggere l’intervista sul sito di MAMMOLE, clicca qui

 
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Intervista: “Quanto sappiamo dire di no?”


"Dire di no" - intervista ad ATtivaMente Counselor

Elisabetta Garbarini, giornalista del quotidiano MI-TOMORROW, intervista Alessandra Aglieri, counselor del gruppo ATtivaMente Counselor. L’intervista verte sul tema delle difficoltà e dell’importanza del porre e porsi dei limiti nei confronti di situazioni in cui molti di noi fanno fatica a “dire di no” e finiscono spesso per compiacere il proprio interlocutore, lasciando così in secondo piano i propri bisogni.


mitomorrow25 giugno 2015

“Quando dici sì a qualcosa o qualcuno, stai dicendo no ad altro. Viceversa, quando dici no, stai dicendo sì ad altro ancora”. Anche se non sempre ce ne accorgiamo, questa semplice quanto preziosa “regola” ci accompagna sempre, soprattutto quando prendiamo delle decisioni. Pensiamo, riflettiamo, ci interroghiamo: a che cosa stiamo dicendo “sì”? A che cosa “no”? Alla fine scegliamo in base alle necessità. Sembra, però, che molte persone siano in serie difficoltà quando devono dire “no”, quando devono darsi e dare dei limiti. Come mai è così complicato? Magia Metropolitana ha incontrato la dottoressa Alessandra Aglieri, membro del team Attivamente Counselor, che domani alle 17.30 propone un incontro dedicato al tema, analizzato sia attraverso alcuni concetti teorici dell’analisi transazionale, sia mediante spezzoni di film. Per ulteriori info, è possibile visitare il sito www.attivamentecounselor.it o contattare il 329.77.89.850.

Dottoressa, cosa significa “dare dei limiti”?

“Il primo passo è imparare a riconoscere i propri bisogni, anche quelli più profondi, per affermarsi ed essere più autentici nelle relazioni con gli altri”.

Ci sono “rischi” in questo?

“Affermarsi con decisione, essere assertivi, porta in sé il “rischio” di un confronto con l’altro, cioè l’esigenza di “dare dei limiti”. Chi dice sempre di sì, di fatto, non corre questo rischio, ma sicuramente non riconosce il proprio bisogno”.

Quando i limiti diventano una prigione?

“Quando non riconosciamo il nostro bisogno. Quando, invece, diventiamo consapevoli del fatto che siamo diventati i carcerieri di noi stessi e prendiamo coscienza dei nostri bisogni, allora compiamo il primo passo per uscire dalla prigione”.

I vostri incontri trattano temi profondi in modo creativo.

“Crediamo che proposte quali la lettura di un libro o la visione di spezzoni di film siano un ottimo punto di partenza per i partecipanti ai nostri workshop per riflettere, parlare di sé e condividere le esperienze”.

11163239_10205966074622706_1191137891657873894_nQual è la forza del gruppo?

“È insita nella competenza del gruppo e nel sostegno che il team è capace di dare”.

Qual è, invece, il vostro intento?

“Utilizzando metodologie creative da una parte ed affrontando tematiche rilevanti della sfera umana e relazionale dall’altra, vogliamo creare uno spazio di conoscenza e riflessione condivisa, ma anche di esperienza diretta e contatto con noi stessi”.


Intervista a cura di Elisabetta Garbarini


Per leggere l’intervista sul sito di MI-TOMORROW, clicca qui

 
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